Attimi cubani
Pubblicato da Maverik
“la vera fuga si svolge sempre in pochi istanti, come la vita, tutto il resto è contorno, svaghi, coincidenze, riunioni. La vera fuga non ha mai una meta. Non è un luogo ciò a cui noi tendiamo, perché tutto quello che vi è da cercare si trova ovunque” Anonimo Iperboreo
“Ciao, sono Gianni”
“Gianni? Vuoi dire Juan?”
“No, proprio Gianni”
Stavo passeggiando nel famoso Malecon, era la mattina di Natale. Un passo lento, di quelli che non mirano ad una meta. Il tepore insolito del sole e lo sciabordio delle onde rendevano l’atmosfera speciale; sovrappensiero, riandavo con la mente ai Natali dell’infanzia, iperaffollati, euforici, ammantati di neve; sono veramente esistiti? Oramai avevano meno consistenza di un sogno, eppure la realtà è sempre privilegiata, forse perché sepolta in un sarcofago inespugnabile: c’è bisogno di certezze, non tolleriamo frapposizioni fra un passato che sicuramente è stato e delle fantasie che non assurgeranno mai a realtà. Eppure che bello lasciare andare la mente, sentirsi pirati fra questi mari, incuranti dei venti, valicare gli oceani, immaginare un’esistenza che, sicuramente, non è mai stata. In fondo i sogni sono la nemesi di una vita che , gira e rigira, è pur sempre troppo grama.
Un cubano di nome Gianni? Che sia il vezzo di una matrona caraibica, magari sedotta da un turista italiano? Bah, che voleva comunque?
“Vuoi compagnia?” mi chiese.
“Grazie, ho altri gusti”
“Certo, certo, te volevo presentar mia cugina” la c era un po’ sibilante, ma dopo un mese di peregrinazioni per la splendida Cuba, quella pronuncia mi era familiare, sarei quasi stato sorpreso di non udirla più, probabilmente anch’io la stavo adottando, la lingua di Dante riscaldata dall’alma de Cuba!
Avevo pensato di svernare ai tropici quell’anno e fui talmente risoluto da partire da solo. Ma non provavo solitudine: tutto ciò che non avevo a casa mi mancava anche qui.
L’offerta del ragazzo era chiara, gli feci intendere che per noi il Natale era un giorno particolare, insomma una giornata spirituale, la pace del guerriero, trecentosessantaquattro giorni di bagordi e uno per i buoni sentimenti. Capì al volo:
“Comere?…Uhm…mangiare?”
Bravo! Mi mancava il pranzo di Natale!
L’Avana è fatiscente, come una moderna Pompei, imbalsamata quarant’anni fa, sembra di entrare in un parco tematico di Gardaland, è il suo fascino. Una cosa salta all’occhio, lo stacco netto dei colori fra gli edifici prospicienti il lungomare. Che strano, pensai, in genere un quartiere tende ad armonizzarsi, direi quasi a inquadrarsi entro canoni cromatici e stilistici che lo caratterizzano. Bizzarri questi cubani, voglio imprimere l’impronta della loro individualità. I colori non sono così brillanti come nelle guide turistiche, il sole tropicale e il tempo inesorabile li hanno spenti, smunti di vitalità, resi spettri di se stessi. In un corpo invecchiato uno spirito artistico riesce a cogliere la giovinezza che fu, io no, sotto Batista questa città era un brulicare di vita, una Las Vegas coloniale, dove i ricchi fanno bagordi e i poveri esistono per ricordare loro il privilegio avuto. I ricchi sono spariti, portando con sé eccessi e frastuoni, i poveri esistono e continuano a sognarli.
La proposta era un pranzo a casa di sua zia, alla mia battuta se ci fosse stato anche il panettone non si perse d’animo: “Sì, sì, anche pan y tone”.
“Devo portare qualcosa?”
“Como? Come? Oh…no, no, cioè…chiedono appena dieci dollari”
Beh, non del tutto disinteressato ma a quelle latitudini dovevo adattarmi. Accettai.
Attraversammo un patio rigoglioso ed entrammo in una dimora tutta bianca. Il bianco primeggiava ovunque. Avevano apparecchiato il tavolino del soggiorno e mi fecero accomodare nella poltrona per gli ospiti di riguardo. La sorpresa fu che nessuno si accingeva a farmi compagnia, accidenti, ero proprio solo un cliente! Mangiai con l’imbarazzo del commesso viaggiatore che siede in un ristorante affollato di coppiette, cerca di darsi un tono fra una portata e l’altra accendendo una sigaretta, scandaglia ogni quadro della parete, e fissa l’oliera come assorto nei suoi affari. Mi spiegò che il pranzo era stato preparato con le derrate che la tessera annonaria riservava all’intera famiglia per quella settimana. Ebbi un sussulto al cuore, arrossii dentro. Ma non c’era modo di colmare le distanze, per nessuna ragione al mondo avrebbero acconsentito a dividere quel cibo.
“Senti Gianni, trova almeno una bottiglia di ron per fare un brindisi insieme” e gli porsi dieci dollari.
Sorseggiando il nostro Havana Club, feci quindi la conoscenza di quella famiglia di “ristoratori”. Finalmente un po’ di calore umano! Il figlio mi raccontò che aveva combattuto in Angola e dar prova delle sue affermazioni mi mostrò un’enorme cicatrice sulla gamba destra. Gianni-Juan mi sussurrò subito all’orecchio di non dargli retta, che dell’Angola aveva solo sentito parlare, racconti di veri reduci, e la ferita se l’era procurata con il machete tagliando la canna da zucchero. Ecco qui, un focolare posticcio, un dicitore smargiasso e l’immancabile nonna che osservava, assopita, nella sua sedia a dondolo, era proprio Natale.
***
Solo due ore all’imbarco! La valigia grande con i vestiti era pronta da tempo, ma si trattava di riempire il borsone a mano che come sempre avrebbe pesato più del bagaglio da stiva e avrebbe causato discussioni con l’addetta al check-in. Quel piccolo appartamento, un letto e grandi pale roteanti al di sopra, due gradini, un cucinino, era stato la mia casa per tre mesi, era naturale, pertanto, che si fosse riempito di suppellettili, qualche ricordo, anche qualche oggetto utile, dal profilo un po’ rétro, acquistato per facilitare il soggiorno. Quante cose! Il borsone sembrava così piccino, e non solo, c’erano pure i vari feticci che mi ero portato da casa. Sarà stato il timore della solitudine, forse la brama di nostalgia, non lo so, ognuno ha le sue debolezze. Ebbene c’erano le foto di tre ex fidanzate con relativa cornice in tinta, quindici libri rilegati, tre quaderni per gli appunti, persino la mia collezione di pietre, reperti di viaggi passati: un pezzo del muro di Berlino, una roccia vulcanica di Santorini, il sassolino dell’Acropoli.
Un ora e mezza! Avevo sprecato mezz’ora in considerazioni di opportunità, meglio la scatola di sigari da duecento dollari o il Don Chisciotte con gli appunti della prima lettura? E quel fon degli anni sessanta? Come posso lasciarlo qui? Non parliamo della bottiglia di Havana che mi aveva regalato Daiquiri, una specie di Hemingway che non scriveva, parlava e basta, perché, diceva, le parole nascono e muoiono, durano l’attimo che serve per essere colte, non hanno mai lo stesso significato, come si può estirparle dal loro ambiente facendone delle eidos fissate su carta? E poi giù a sciorinare una serie di invettive contro Platone, sorseggiando il suo daiquiri e compiacendosi di essere ancora ascoltato malgrado l’età.
Poco più di un’ora, le foto degli amori passati facevano bella mostra dei loro sorrisi al di sopra di un rugoso comò stile coloniale. Fu vedendo quello scorcio che mi venne il timore di profanare un angolo di universo. Devastare la stanza, privarla della sua armonia, del calore che aveva acquisito, solo per riappropriarsi di simulacri che rimandavano alle morte stagioni?
Un ora! Bussò alla porta l’hostess del pullman per l’aeroporto. C’erano molte esistenze in quegli oggetti, anche quelle future, quando mi sarei fumato il mio Havana, intinto nel Havana, e il pensiero sarebbe corso a La Havana. Bisognava risolversi, però com’è difficile scegliere!
Presi solo i documenti e il quaderno scarabocchiato, riposi nell’armadio il borsone, logoro e stanco. Cinzia, sorridente, mi guardava da sopra il comò, “finalmente!” sembrava dire. La valigia con i vestiti era solo un peso inutile, da disfarsene come una zavorra, la regalai alla hostess, che non capì, visto che non c’era più tempo per ‘ricambiare’. Chiudendo la porta pensai: che fortunato il prossimo inquilino di queste stanze.





