Bangladesh Bazar
Pubblicato da Shundury
Quando inizia un viaggio?Nel momento in cui lo pianifichi, mentre stai raggiungendo la meta o quando ci sei arrivato?Oppure il viaggio vero è quello del ritorno a casa dove devi sistemare i ricordi?Non lo so.
Volevo visitare l’Asia perchè ho sempre pensato a questo continente come un luogo
in cui la gente vive dandosi rispose diverse da noi europei; volevo un paese del Terzo Mondo per fare qualcosa, rendermi utile, partecipe e non solo consumatrice della globalizzazione. Per me tutto questo si poteva chiamare Bangladesh e lì sono stata, per 2 mesi, presso una NGO locale, Bastob come volontaria a seguire il lavoro sul campo di chi si occupa di microcredito. Non servivano conoscenze specifiche di economia, avrei seguito i funzionari sul campo, avrei scritto una relazione finale.
Tra l’altro il microcredito è una ‘ invenzione’ di un banchiere bangladese, Yunus a cui per questo è stato dato il premio Nobel per la pace.
Il viaggio fino a Dhaka mi è sembrato lungo e lo scalo notturno a Dubai lo ha confermato: sotto di me il deserto arabico era illuminato dai fuochi dei pozzi petroliferi prima e dalle luci dei moderni grattacieli poi, dandomi la netta sensazione di attraversare un confine tra occidente ed oriente.
L’atterraggio all’aeroporto di Dhaka è stato sottolineato da un caloroso applauso
da parte dei tanti emigranti che finalmente tornavano a casa.
Ho attraversato la capitale per giungere all’ufficio che mi avrebbe ospitato e già fuori dal finestrino dell’auto con cui mi erano venuti a prendere c’era un’altra realtà fatta di caotico e rumoroso traffico, di polvere, di bus stracolmi di persone, di gente, tanta gente che lavorava, vendeva di tutto, trasportava di tutto, rickshaws colorati,mendicanti bambini, vecchi,malati. Quasi tutti erano scalzi, gli uomini in lungi, una specie di lunga gonna, le donne in saree o in salwar, tipico tre pezzi femminile bangladese che avrei indossato anch’io, composto da pantaloni, camicione e doppatta, una sciarpa dai mille usi.
E’ stato un salto in un quotidiano con l’acqua sì corrente, ma non potabile,con l’elettricità che viene e va , magari proprio quando stai usando il computer, ricaricando il cellulare, guardando la tivù, leggendo prima di dormire.
I generatori non fanno miracoli e bisogna scegliere tra il frigorifero e l’aria condizionata unica difesa contro il caldo tropicale in città.
Com’è lontana l’Italia da qui…qui dove per chi la conosce è solo Roma, il Papa ed il calcio, dove credono che la mia lingua madre sia l’inglese.
Sopratutto noto che è un modo maschile. Nel mio ufficio c’è solo una donna con non ben chiare mansioni, nei bazar uomini vendono, uomini contrattano, uomini comprano e la prima domanda che fanno a me è sempre se sono sposata.
Il cibo per me è troppo speziato sempre: sia il riso, sia la carne, sia le verdure; la frutta mi sembra sempre troppo matura. Si salvano il pesce e le piccole banane locali.
Mi dicono che il vero Bangladesh lo incontrerò nei villaggi rurali dove mi sposto con i funzionari Bastob negli uffici decentrati.
Fuori Dhaka il paesaggio è verde per le risaie, gli acquitrini, le palme, i banani, ma sempre la gente lungo le strade, proprio sul bordo delle strade, a fil di ruota di camion, vende qualcosa, costruisce qualcosa, ha il suo bazar.
Nei villaggi si comunica a gesti e sorrisi, io appaio molto educata perchè so dire solo grazie nella loro lingua, bella perchè ho la pelle bianca, esotica perchè sono Europea, per tutti in quanto occidentale devo essere molto ricca, ma sempre strana perchè nubile.
Donne e bambini mi avvicinano facilmente, e mi stanno ad osservare, commentando tra loro; capisco che mi chiedono perchè non ho gioielli, il buco al naso, apprezzano che mi vesta come loro, mi invitano a casa dove mi offrono sempre qualcosa da mangiare.
Il ritmo delle giornate è scandito dalla voce del muezzin perchè questo è un paese mussulmano.
Nei villaggi più a sud -est rispetto alla capitale, vicino ai confini con il Myamar,
c’è più povertà:le case sono insalubri casoni di fango, dentro ci sono pochi mobili,la gente cerca meno il contatto con me, non sorride molto, non offre nulla, vedo bambini malnutriti. In questa zona visito scuole sovraffollate (8 insegnanti per 300 bambini), incontro medici che mi spiegano come si muore per malattie che noi curiamo andando in farmacia e mi vergogno un po’ di essere occidentale, e mi arrabbio per tanta ingiustizia. La domanda è banale ma spontanea: sono nata io nella parte più fortunata del pianeta?
Ma ci sono anche spiragli di luce: c’è corruzione ma c’è chi la riconosce e la condanna, la punizione corporale a scuola è abolita per legge mentre sono lì,incontro famiglie analfabete che orgogliosamente mi mostrano le pagelle dei figli, in questo paese non esistono i sacchetti di plastica,molti insegnanti sono donne e sono entusiaste del loro lavoro malgrado le evidenti difficoltà;nessuno è mai solo:i bambini giocano in gruppo ovunque, gli uomini passeggiano mano nella mano tra loro, le donne accudiscono i figli più piccoli insieme.
E se mi sento invidiata non è per il mio stile di vita,per la mia libertà, la mia emancipazione, ma solo per le mie possibilità economiche.
A volte i miei pregiudizi su di un Terzo Mondo misero, corrotto, integralista, si scontrano con i loro pregiudizi verso la mia cultura, ritenuta egoista, moralmente senza regole, colonialista. C’è chi chiamerebbe tutto ciò scontro di civiltà,ma a me sembra una contraddizione in termini: le civiltà si incontrano, dialogano; sono le non-civiltà che non sanno che riconoscere sé stesse, che non ammettono l’altro, che sono chiuse.Le civiltà di fronte ai cambiamenti si organizzano, le non-civiltà si scontrano.
Se è duro per me qui, con i miei buoni propositi, come deve essere per i migranti in cerca di lavoro e miglior vita che lasciano tutto?Nuove la lingua, l’alfabeto, nuove le condizioni climatiche, il cibo, i sapori,diversa la religione, diverse le regole sociali, le gerarchie, i valori, nuovi i punti di riferimento, le buone maniere, diversi gli abiti, i gesti, le relazioni…Straniera io, penso a chi è straniero a casa mia…
Il viaggio di ritorno sembra più breve. Nessuno applaude atterrati nel Primo Mondo.
I miei 2 mesi sono passati veloci, mi sembra d’averli sognati.
Prima non li vedevo, ma ora riconosco i Bangladesi che ci sono nella mia città, dalle facce, i vestiti, la lingua. Anche loro passeggiano per le vie della mia città, con la famiglia, il sabato pomeriggio.
La mia anima si deve essere un po’ allargata se riesco a contenerci più umanità ed il mondo mi sembra ora veramente più un ‘villaggio globale’.
Questo viaggio in Bangladesh mi ha lasciato più che delle emozioni, ma una vera lezione di vita.





