Dal diario di viaggio.
Pubblicato da gingertv
13 Settembre 2007, Hilo – Hawaii
Lasciamo Hilo di buona mattina per tornare a Kiluha Kona. Se all’andata abbiamo percorso la parte meridionale di Big Island questa volta passeremo a settentrione. Prima tappa prevista: Rainbow Falls. Nulla di eccezionale: ha di bello che appena parcheggi ti si para davanti ma null’altro. Di arcobaleni neanche l’ombra. Poi facendo la strada sulla costa percorriamo quattro miglia incantevoli di strada panoramica . Le onde che si infrangono sulle rocce circondate dalle palme, spiagge e fiori tropicali a perdita d’occhio fino alla nostra successiva tappa per un’altra cascata. Ormai sono scettico. Qui c’è da camminare ma almeno c’è l’offerta 2×1. Oltre a Akalale c’è un’altra cascata, ancora più alta, solo che la si vede da lontano e da un pessima angolatura per poterla ammirare in tutta la sua bellezza. Mi sa che se Akalele non è da togliere il fiato, crollerà un altro mito di queste isole, insieme a quello dei tramonti che fino ad oggi si sono rivelati molto deludenti. Mi penso nello stand del Visitor Bureau per compilare il modulo di reclamo quando, ecco, pararci davanti a noi Akalele! Uno spettacolo con tanto di arcobaleno alla base. Per questa volta soprassiedo a reclamare e mi contemplo il panorama e immortalo l’esemplare con scatti a non finire. Terminata questa indigestione di foto ci dirigiamo al pezzo forte della giornata:Waipilo Valley. Fino a pochi giorni fa la cosa era incerta in quanto le previsioni non erano ottimistiche ma visto la bella giornata che si preannunciava decidiamo di procedere come previsto con il programma: goderci il panorama di Waipilo Overlook, discendere in spiaggia per un bagno rinfrescante e poi incamminarci per il Waimanu Bay Hike vale a dire oltre 18 miglia. Il paesaggio della vallata di Waipilo è idilliaca: la conca verde brillante con la roccia imponente a delimitarne la fine e la spiaggia di sabbia nera. Leggiamo il cartello descrittivo della camminata che la definisce ‘moderate’, forse per una capra di montagna, mi viene da dire con il senno di poi, segnalando i punti peggiori nella discesa alla spiaggia di Waipilo, diverse centinaia di metri di dislivello, in poco più di un miglio e nella salita dalla spiaggia. Visto che sono tutti difficoltà iniziali ci diciamo di tentare di arrivare a Waimanu ed eventualmente ci saremmo fermati quando le forze ci avrebbero abbandonato. Ci carichiamo di acqua e altri generi di prima necessità e partiamo per la spiaggia. La discesa è in effetti molto ripida tanto che gli stessi 4×4 dei residenti nella baia fanno difficoltà. Ma senza grossi sforzi arriviamo alla spiaggia. Il bello di queste camminate hawaiiane è che , il più delle volte, ti premiano con un bel bagno rigenerante. Guadiamo il fiume e iniziamo la risalita. Caspita se è ripida!! A un certo punto ci chiediamo se vale la pena di proseguire con quel sole a picco che si è palesato e proprio in quel mentre una nuvola vela il cielo. Prendiamo questo segno come un gesto benevolo di qualche divinità locale e procediamo. Durante la salita notiamo che la vegetazione è mutata: non pestiamo più verdi foglie tropicali ma aghi di pino e di li a poco troviamo anche le piante del famoso caffé locale. Mi viene in mente il vecchio slogan “Col caffè di montagna il gusto ci guadagna” pensando così a quanto ci siamo allontanati dal mare. Terminata questa ripida salita il sentiero è molto più semplice fatto si di sali e scendi ma molto meno ripidi e ad ogni angolo ti regala qualche piccola gemma: una cascatella o una vista sull’oceano. Arriviamo al primo HelipAid che segnala che siamo appena a un quarto di percorso per la nostra meta. Si va avanti. Inizio ad avere i primi dubbi se la passeggiata viene definita moderata perché hanno pensato di allestire 6 punti di salvataggio tramite elicottero? Meglio non pensarci e proseguire. Ad un certo punto chiedo a Mike la mappa del sentiero e mi risponde, desolatamente, che l’ha lasciata in auto, non posso lamentarmi visto che anch’io ho dimenticato il contapassi in valigia. Così non avremo mai un punto di riferimento. Per fortuna mi ricordo che la nuova fotocamera registra l’ora dello scatto così inizio a recuperare le foto dei primi 2 HelipAid e facendo le differenze delle distanze scritte – non ho una vista così acuta ma c’è anche la funzione di zoom!- e dei tempi in cui sono stati scattati riusciamo a sapere che siamo nella tabella di marcia che ci eravamo proposti. Le fatiche però cominciano a farsi sentire ma quando il terzo HElipAid ci informa di aver alle spalle più della metà del percorso ci ringalluzziamo e procediamo con più lena. Da notare che durante tutto il tragitto non abbiamo incontrato anima viva il che rendeva la situazione ancora più angosciosa e al contempo mi dava la sensazione di esplorare una regione ancora incontaminata. Al quarto HelipAid Mike dice di sentire dei crampi e preferisce fermarsi, ma al contempo mi esorta a continuare, ormai mancano solo 2 miglia e se me la sento devo farlo anche per lui. Un po’ come la scena del “Paziente Inglese” quando Ralph Fiennes lascia Kristin Scott Thomas che lo esorta con “Promise me, you come back for me!” Che pessimo paragone! Ma qui è realtà, non finzione scenica. Io sento ancora le forze reggermi anche se so che dopo le due miglia ci saranno da percorrere le oltre sette del ritorno! Vado ,non vado? Si decide che proseguo. Ma riuscirò ad arrivare alla agognata meta? Vi anticipo solo che ad un certo punto appare il segnale ‘Low Battery’. Il resto, se proprio ci tenete, lo leggerete nella seguente appendice la cui lettura si sconsiglia i deboli di cuori e agli apprensivi.
Riprendo da dove eravamo rimasti: quando io e Mike ci siamo divisi ed io ho continuato verso Waimanu e lui è tornato a Polu’u beach. Durante la passeggiata solitaria continuavo a ripetermi che il più era fatto e quando ho trovato l’ultima pietra miliare che denunciava poco più di un kilometro alla destinazione ho messo le ali ai piedi. Lo spettacolo che mi ha accompagnato per quel miglio scarso era meraviglioso: a Ovest la gola con la cascata poi l’ampia vallata che terminava ad Est con l’oceano e l’immancabile spiaggia, con la sabbia nera che denunciava l’origine vulcanica. Il tutto delimitato da due alti costoni uno dei quali stavo baldanzosamente discendendo. Arrivo alla spiaggia e ripago tutte quelle fatiche con un bagno che è una sferzata di energia. Guardo l’orologio 1:30 pm. Il che voleva dire che in quattro ore ero riuscito a percorrere il percorso da spiaggia a spiaggia. Ripartendo subito sarei riuscito ad essere di ritorno e rincontrarmi con Mike per le 5:30 pm. Si trattava di una pia illusione visto che per arrivare al primo HelipAid ci ho messo quasi un’ora e mezza. La salita che prima avevo disceso baldanzosamente era tutt’altra cosa nel verso opposto. Poi occorre dire che mentre prima la meta si avvicinava ora avevo sulle gambe tutte le fatiche dell’andata. Iniziavo a sentire dei crampi. Erano più i tempi di riposo che quelli di effettiva camminata, dovevo centellinare le energie e anche l’acqua rimasta. E in quella risalita il sole picchiava. Sapevo che dopo la foresta sarebbe stata più facile e al coperto, ma il problema era arrivarci. Davo ancora uno sguardo a quello spettacolo che mi si parava davanti agli occhi, dicendomi che quanto meno era un bel posto per morire di stenti, ma non avevo più neanche la forza di scattare altre foto. Finalmente la foresta e i suoi dolci sali e scendi. O almeno così mi era parso all’andata ,ora era tutt’altra musica. E ogni volta che c’era una lieve discesa temevo per la risalita. Cercavo di ricordarmi i diversi riferimenti dell’andata ( il tronco rovesciato, la cascata a filo, il laghetto ecc. ) ma non ne vedevo traccia. Iniziavo ad avere anche le allucinazioni: prima olfattive sentendo odore di funghi, per poi scoprire che in effetti c’erano, e poi uditive sentendo l’oceano alla successiva curva, cosa che immancabilmente risultava falso. Ho iniziato a pensare positivo: la doccia, il soffice letto, lo snorkeling di domani, le calorie bruciate. Ma lo sconforto mi prendeva ad ogni salita. Mi fermavo per prendere tutte le forze rimaste ma ad ogni HelipAid facendo i calcoli vedevo di aver rallentato, e di molto, la velocità ed ora rischiavo di farmi trovare dalle tenebre in mezzo alla foresta. Iniziai a sospettare che quello che in mattinata era stato interpretato come un benevolo segno delle divinità locali al proseguimento della passeggiata, altro non era stato che una trappola per avere in sacrificio una vita umana, la mia. Poi mi sono ricordato che gli indigeni sacrificavano le vergini e io sono della Bilancia!! Un passo alla volta ripetendomi “manca meno di prima, manca meno di prima”, senza guardare in alto ma sempre per terra per non spaventarmi delle salite. Con il sole che inevitabilmente scendeva all’orizzonte. Dovevo uscire da quella foresta prima che facesse buio e non mancava tanto. I riposi si sono fatti frequenti e sempre più lunghi e molte sono state le cadute, se pensate che una buccia di banana sia scivolosa è solo perché non avete mai camminato sui frutti della passione maturi caduti dall’albero! In assenza dell’iPod cercavo di pensare ad altro con brani di canzoni in tema alla situazione. E due ritornelli continuavano a ronzarmi in testa: “Le distese azzurre e le verdi terre, le discese ardite e le risalite” tante care a Battisti; e un meno rincuorante “Lo so che non centro, però non è giusto morire a vent’anni e poi proprio qui!”
Di incontrare altre persone neanche l’ombra e gli unici esseri viventi che ho incrociato sono state delle galline di montagna che erano spaventate quanto me di trovarsi lì. Ho anche tentato di fare loro un paio di foto ma anche la fotocamera si stava ribellando: sul display il messaggio di “Low Battery” mi ricorda che anche io ero a corto di energie. Ma non era il caso di perdere la testa e occorreva rimanere concentrati e non disperdere le forze per arrivare alla meta. Poco alla volta sono riuscito a superare il tronco caduto, rivedere l’esile cascata le cui acque mi tentavano, ma conoscendo le insidie che si possono nascondere nei ruscelli ho evitato di abbeverarmi alle sue fonti, ritornare a camminare sugli aghi di pino e notare le rosse bacche delle piante di caffè.
E finalmente ecco la discesa finale, la vallata che questa mattina mi aveva stregato ora aveva tutt’altro aspetto, sarà per le tenebre che la stavano avvolgendo o forse per la fatica che si fa sentire. Mi sbraccio per farmi notare da Mike che ad un certo punto risponde al segnale. Bevo l’ultimo sorso d’acqua e affronto la lunga discesa verso la spiaggia. Il buio sta per coprire ogni cosa. Potrebbe sembrare il pezzo di strada più facile ma cado più volte. In una di queste volte sento un rumore sordo, direi metallico. Ho un sussulto: le chiavi della macchina!! Non possono essere cadute in quel sottobosco, non devono. Guardo nelle tasche nulla, solo i fazzoletti di carta. No, non possono essere cadute, non ora. Poi penso di averle date a Mike. Deve essere così, non può esserci altra spiegazione. Ma Mike non ha mai guidato! Sono nello zainetto, le avevo messe nella tasca esterna, ricordo di averlo fatto. Si eccole, le sento al tatto. Riprendo la lenta discesa. Sento la fatica, i crampi, le vesciche ai piedi, i graffi ai polpacci, ma ormai mi sento al sicuro. Esco dalla selva e mi si apre davanti la spiaggia, ancora più nera ora che è scuro. Mike mi dice che era riuscito ad arrangiare un passaggio da una coppia con SUV per arrivare al parcheggio ma se ne erano andati da cinque minuti. Qualche pausa o caduta di meno e ora saremmo nella nostra auto. Invece siamo a 700 piedi al di sotto e a due km di distanza. Io non riuscirei a farcela in alcun modo, ho bisogno di riposare, di recuperare le energie. Mi faccio un bagno. L’acqua è ancora calda, accogliente, rinfrescante, lenitiva. Esco mio malgrado, mi asciugo e mi distendo, chiedo a Mike di darmi un attimo prima di ripartire per l’ultima tappa. Mi fa notare che ormai il sentiero che porta alla salita è nero come la pece e non riusciremmo a percorrerlo. La luna è del tutto assente. Non ci resta che dormire nella spiaggia e riprendere il cammino alle prime luci del giorno. Convengo che non ci sono altre soluzioni e mi butto a terra. Avrei immaginato di prendere subito sonno e invece fino a mezzanotte non chiudo occhio. Il cielo è pieno di stelle più di quante ne abbia mai viste in Italia. Con tre cadenti per altrettanti desideri, ma ogni tanto si rannuvola. Penso che nelle notti precedenti ha sempre piovuto. Spero che oggi non lo faccia. Ci mancherebbe solo questa! Tornano a splendere le stelle. Spero lo facciano a lungo. Mi chiedo se è valsa la pena tutta questa fatica, se quella baia visitata da pochi giustificasse la perdita della prenotazione della camera d’albergo, se quel giaciglio di fortuna fosse meglio del comodo materasso a cui stavamo rinunciando. Ripercorro, col pensiero, tutte le emozioni della giornata e un sorriso mi nasce spontaneo ed è stata la migliore risposta che potevo darmi.





