L'emozione del viaggio

CONCORSO SCRITTORI IN ERBA

Impressioni da Istanbul

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Giovedì mattina

Ieri sera, dopo un ritardo di circa tre quarti d’ora, sono atterrata all’aeroporto Sabiha Gokcen di İstanbul, la prima impressione, dato che ho chiesto informazioni in inglese e non mi hanno saputo rispondere, non è stata delle migliori… Uscita dall’aeroporto ho comunque trovato il bus per İstanbul, piazza Taksim, dove mi aspettava Zemira.

Qui la moneta ufficiale è la lira turca, vale all’incirca 53 centesimi di euro; la temperatura non era delle più calde per essere quasi metà giugno, come mi sarei immaginata io, c’erano 21 gradi e una discreta brezza.

Però lo spettacolo dell’attraversare il canale del Bosforo, di sera, e passare dalla parte asiatica della città, dove sono atterrata io, a quella europea, è uno spettacolo che merita!

İstanbul sorge su diverse colline: le case, palazzi di cemento con almeno tre o quattro piani e tante grandi finestre, sono arroccate sulle colline, pigiate tra loro, senza soluzione di continuità. Il ponte sullo stretto del Bosforo è imponente e somiglia al ponte di Brooklin, quello disegnato sulla carta delle cicche…

Piazza Taksim è un quartiere bene di İstanbul, moderno, ma poco distante da Sultanhamet, quartiere dove sorge la basilica di Santa Sofia e la grande moschea blu, cuore pulsante, antico e sempre attuale della città, che ci riproponiamo di visitare oggi pomeriggio.

İstanbul è molto più occidentale di Abu Dhabi: alcune donne indossano il velo, ma sono vestite in jeans e maglietta, molte sono senza velo e solo qualcuna indossa la tunica nera e il velo, ma non ho ancora visto burqa. Ma qui parlano tendenzialmente meno inglese rispetto agli Emirati Arabi, che invece assomigliano più ad una succursale degli States!

In piazza Taksim c’è sempre moltissima gente: ieri sera tutta la piazza e il corso, che parte da quest’ultima, era un brulicare continuo di persone, di giovani, coppie, famiglie con figli e cane al seguito… sembrava di essere in mezzo al Corso a Canosa, nel nostro sud! Fino a mezzanotte e oltre ancora, le persone passeggiavano tranquillamente e c’erano chioschi e venditori ambulanti e kebbabari e ristoranti aperti. In uno di quelli ci siamo fermate Zemira ed io e abbiamo mangiato un kebab… è buono! E ho scoperto che il kebab è semplicemente un modo di cucinare e non un determinato tipo di carne! C’è il kebab di pollo, di agnello, di scampi e di gamberi… come noi abbiamo il carpaccio di tonno o di carne: è un modo di cucinare la pietanza ma non definisce la pietanza in sé!

E poi ci sono tanti, tantissimi poliziotti in giro, per le strade, in piccoli gruppi, in due o tre  e questo dà un grande senso di sicurezza.

Stamattina abbiamo dormito fino alle nove, poi abbiamo fatto un giro… ora Zemira è al congresso fino alle tre del pomeriggio e io sono venuta a scrivere un po’. Magari esco a fare un giro senza allontanarmi troppo dall’albergo… c’è una via piena di negozi…

Venerdì sera

İeri la giornata si è rivelata interessante: dopo aver vagabondato qua e là per le vie di Beyoğlu, quartiere di cui fa parte piazza Taksim (che significa semplicemente centro di distribuzione d’acqua, perché agli inizi del ‘900 era situata proprio lì una grande cisterna che portava poi l’acqua in tutto il quartiere), sono tornata in albergo ad attendere Zemira e con lei abbiamo preso la funicolare prima, fino a Kabatas, e la metropolitana poi fino al quartiere di Sultanahmet, dove si trovano la Moschea Blu, Santa Sofia e la cisterna della Basilica (un’enorme cisterna sotterranea di epoca romana, penso giustinianea, dove veniva raccolta l’acqua piovana. Abbiamo visto un servizio a Super Quark inerente questa cisterna!) Purtroppo non abbiamo fatto in tempo a visitare la cisterna e Santa Sofia (alle 16.30 la ex-basilica cristiana Santa Sofia, poi moschea e ora museo, chiude), ci siamo limitate alla Moschea Blu… È molto bella e sfarzosa, chiamata così perché l’interno è decorato con piastrelle pregiate provenienti da İnzik (Il nome turco per Nicea.. quella del primo concilio!) che sono appunto di color bianco e blu e ricordano vagamente le porcellane cinesi. Qui sono molto meno rigidi che ad Abu Dhabi: per entrare in moschea ci hanno dato un velo per coprire semplicemente le braccia ma non il capo e nessuna tunica per coprirci completamente e annientarci come donne. Probabilmente ciò è legato al turismo o forse alla vocazione naturale di İstanbul dell’essere crocevia di popoli e culture diverse con la sua posizione strategica che la vede abbastanza centrale nel Mar Mediterraneo o forse è dovuto ai principi di laicità dello Stato sulla quale è stata fondata da Atatürk… ma è fenomenale come le culture si fondano e come i caratteri somatici dei suoi abitanti rispecchino esattamente questa fusione: accanto al tipico tratto olivastro con capelli e occhi neri, che noi tutti ci immaginiamo in Turchia, si trovano i morbidi lineamenti di chi ha la pelle chiara come la neve, capelli biondi e occhi azzurri, come se fossero slavi… e tutti sono così fieri di dichiararsi turchi e la loro bandiera sventola trionfante in molte piazze e in molti palazzi, la mezza luna e una stella bianche su sfondo rosso.

Anche qui, come ad Abu Dhabi, c’è il canto del muezzin che richiama alla preghiera, ma qui ha un suono più dolce, armonico, melodioso… forse è qui il fascino del Medioriente cantato nelle favole. E mentre il muezzin chiama “Dio è il più grande […] Venite alla preghiera!”, il sole tramonta sul Bosforo, sul ponte gli uomini gettano la lenza e accanto a loro c’è già chi frigge il pesce appena pescato per venderlo ai passanti e lì, tra lo scatto di una fotografia e uno sguardo al paesaggio, mi sono innamorata di Istanbul, dei suoi colori, dei suoi odori, dei suoi suoni, delle sue cupole e dei suoi minareti. Accanto ai minareti delle moschee fanno capolino le chiese cristiane, forse ortodosse, forse cattoliche, con i mattoni rossi e il rosone sulla facciata principale che mi ricordano la chiesa di San Francesco di Lodi, e i resti delle mura romane di Teodosio e l’ippodromo con l’obelisco egizio fatto arrivare fin qui da Costantino… qui c’è quella storia e quella commistione di stili architettonici che rendono un piccolo capolavoro questa città. Anche se nulla è paragonabile alla nostra Roma e ai suoi fantastici gelati in piazza Risorgimento!

Abbiamo cenato in un ristorante dalla tipica cucina ottomana con i colleghi di Zemira… serata carina e poi mega camminata sulle salite impervie del quartiere genovese di İstanbul per tornar in albergo… avete presente il tratto iniziale asfaltato della camminata per andare sul Resegone? Ecco… esattamente così!

Stamattina abbiamo visitato l’imponente palazzo reale, palazzo Dolmabahçe: enorme, sfarzoso, tutto stile barocco e roccocò! Era soffocante! Però abbiamo potuto passeggiare per i giardini, curati in modo quasi maniacale, sulla riva del Bosforo, è stato affascinante… Con Atatürk, il militare che combatté per portare all’indipendenza la Turchia nel 1923 e che ne fu il primo Presidente, il palazzo reale divenne patrimonio della Repubblica Turca; lui, che non era sposato e di conseguenza non aveva figli, si riservò ben poche stanze dell’intero palazzo e trasformò in museo il resto…. la sala del trono è indescrivibile… può solo essere ammirata, e ammirare lo sfarzo di questa sala dopo aver visto le stanze dell’harem, un’immensa, ricca e opprimente gabbia dorata per le donne, provoca un senso di inadeguatezza.

Se la Turchia è una Repubblica laica lo deve al suo fondatore, amatissimo ancora oggi da ogni turco, egli stesso pose a guardia della laicità dello Stato l’esercito; le derive estremiste musulmane vengono bloccate dai militari…

E nel palazzo reale tutti gli orologi sono fermi alle 09.05, ora in cui, nel lontano 10 novembre 1938, Atatürk morì.

 Lunedì mattina

Pıù o meno tra un’ora lascerò l’albergo per andare in aeroporto…

Ma non ho ancora finito il mio racconto di impressioni da İstanbul! In realtà quello che potrei raccontare sulla basilica di Santa Sofia o sulla cisterna della basilica (poggiata su 336 colonne e che poteva fornire acqua a circa 330mila persone per ben 10 giorni!) lo trovate su qualsiasi libro di
storia dell’arte! Invece il senso di tristezza e di profanazione che ho provato entrando in una basilica cristiana qual è Santa Sofia, che di basilica ne ha forma e mosaici, snaturata dai quattro minareti posti all’esterno e da quattro enormi pannelli lignei all’interno che recano i nomi di profeti e martiri musulmani e da un soffitto restaurato con scritte arabe… questo non può dirvelo nessun libro!
Quando vedo questi enormi e imponenti edifici romani ridotti a servizio di un altro popolo mi assale un senso di nostalgia… i romani imperavano anche qui e ne sono usciti sconfitti… suona come una nota stonata in una sinfonia eseguita alla perfezione… ma forse è proprio questo che fa sembrare più affascinante Istanbul a noi europei: c’è un pezzo della nostra storia anche qui, un pezzo di storia che comunque si conserva e la testimonia al tempo stesso. Il resto di Istanbul è un gran vociare: i mercanti del Gran Bazar (che ricorda molto il Gold Suk- mercato dell’oro- di Abu Dhabi e che altro non è che un mega centro commerciale un po’ orientaleggiante, con una quantità spropositata di gioiellerie e di venditori di tappeti) tentano in tutti i modi di convincerti ad entrare, provare, acquistare…

E poi ti offrono il the’ per iniziare le trattative… e devo dire che ho anche accettato un invito a bere il the’ turco… perché bisogna provare tutto! Ieri io e Zemira abbiamo pure contrattato il prezzo di una maglietta e da 35 lire turche siamo scese a 20 lire! Direi che è buono per due principianti… ed anche molto divertente!

Zemira è partita un paio d’ore fa ed io ora vado a riconsegnare la chiave della camera per avviarmi all’autobus, perché il momento più bello del viaggio, quello che dà senso al nostro girovagare, è il rientro a casa.

A tra poco.