Mare Contromano
Pubblicato da Eppo
Auto più treno più bus più traghetto, poi un furgone a guida inglese sulle strade a guida a destra e un torpedone Menarini anni ‘60 esploso in cima alla salita. Le premesse non erano delle migliori, soprattutto quelle che ci portavamo dentro la testa, per un certo modo diffuso di guardare alla nostra destinazione e ai suoi abitanti: albanesi ladri delinquenti truffatori.
Perciò sul treno, scendendo a filo delle spiagge colorate di ombrelloni, ci chiedevamo chi ce lo facesse fare di continuare il nostro viaggio. Ad ogni fermata qualche trolley saliva o scendeva dai vagoni, tirato da aspiranti bagnanti in bermuda o gonnellino, canotta, sandali e occhiale scuro. Noi coi nostri doppi zaini stracarichi di materiale, l’uniforme scout indosso, diretti verso un’esperienza di animazione per il Progetto Balcani dell’Agesci.
A Bari c’è appena il tempo di trasbordare il carico dalla stazione al porto, prima di imbarcarsi sul traghetto che nella notte trasporta tutto sull’altra sponda, a Durazzo. La notte è lenta come il battello, forse per il mare, forse per il carico, forse perché sono le navi consunte e non più buone per le rotte di lusso quelle declassate a coprire questa tratta, non si sa. L’arrivo è previsto per le otto del mattino, ma a mezzogiorno stiamo ancora in mezzo al mare e il ritardo ci dà pensiero poiché a terra l’appuntamento è con un furgone bianco con striscia verde alle fiancate; oltre a questo, sappiamo solo che l’autista non conosce una parola di italiano: un po’ poco per stare tranquilli. Fortunatamente il nostro pilota dev’essere un tipo paziente perché superati dogana, macerie, immondizie, venditori ambulanti e residui di bunker, lo troviamo ancora là ad attenderci. Legato il carico al portapacchi, sul tetto di un Mercedes Sprinter di vaga origine jugoslava, e aggiunto il sedile passeggero impilando una cassetta di plastica e un basso cuscino colorato, siamo pronti a partire.
Lasciato il porto di Durazzo, entriamo nel regno assoluto del caos: il traffico albanese. Carretti tirati da muli, moto, motorini, utilitarie-berline-station-wagon rottamabili o fiammanti, fuoristrada, tacchini, pedoni, apecar e minivan, tutto in moto uniforme a vanvera. I tacchini un po’ più fermi rispetto al resto, in orlo sul marciapiede, con le zampe legate. Ogni metro è a rischio di sinistro. Ma il peggio arriva salendo per la strada di montagna che conduce verso il villaggio di Puke, la nostra meta, quando l’autista, guidando col volante collocato sul lato verso la montagna si mette a superare in curva sfruttando il filo di luce tra la parete di roccia e il veicolo che ci precede, indovinando se la carreggiata è sgombra in una sorta di roulette russa che ogni volta mi fa sporgere sul fondo del burrone.
Quel che sta nel mezzo sono pagine che si potrebbero scrivere dei giorni vissuti tra i sorrisi dei bambini, l’ospitalità delle famiglie, le tradizioni di un popolo, il rispetto e l’onestà delle persone, il lavoro e la fatica, le diversità di lingua e di cultura, e le mille altre immagini e i preziosi incontri che hanno spazzato via i pregiudizi e le paure con cui eravamo partiti. L’Albania-Shqiperia si è fatta più vicina nei nostri cuori, nella comprensione della sua gente e della sua storia. L’Albania è paradossalmente anche un poco più lontana, perché ora conosciamo il mare d’acqua e di differenze che ci divide.
Adesso che stiamo ritornando verso casa e abbiamo già fatto parte del viaggio alla rovescia, si sono rovesciate anche le cose. Gli amici, gli affetti, le emozioni, gli incontri che abbiamo lasciato indietro fanno sembrare i nostri bagagli molto più vuoti di quello che già sono. Dopo le lacrime, in questa notte in mezzo all’acqua, la sensazione è strana come se non fosse più questa, la direzione giusta da seguire.
Si può attraversare il mare contromano?





