Marika ovvero il vento
Pubblicato da Ladal
Ovunque. Sembrava cercare la sua Itaca, Marika. E pensare che nel suo lavoro davvero poco era lasciato all’immaginazione. Una donna tanto poliedrica che di ogni cosa che viveva non si accontentava della buccia, ma cercava le sfumature. Con ogni sua forza. Lavorava molto. Seduta. Come quando era piccola. Mangiava, composta, pregava a modo, dormiva senza sognare perché così, la avevano detto, si riposa meglio. E poi boom. Marika cambia pagina. Anzi, cambia libro e apre un diario. Carta e penna, una parola dopo l’altra. Senza computer, blog, social network, o diavolerie tecnologiche. Inchiostro, fantasia, carta e viaggi. Marika, una mattina di settembre, ha iniziato a viaggiare. Non trovava più aria fresca attorno a sé e dunque via… senza confine. E non c’è da sorprendersi se ogni suo viaggio iniziava come una scintilla, sull’onda della curiosità del momento, per poi lasciare spazio ad un approfondimento preciso. Quasi metodico. E così, in quasi dieci anni, Marika ha camminato in tutti i continenti, tranne l’Oceania, ma non ha cerco fretta e di tempo ce n’è ancora. Ogni viaggio un’esperienza, un cibo diverso, un fuso orario che confonde il sonno, un meridiano per distendersi e un parallelo da incrociare. Poi scriveva. Buttava sulla carta tutto quello che le passava per la testa mentre viaggiava. Ogni cosa. Quadretti, righe, foglio liscio. Spiegazzato. Macchiato, sporco, unto. Ma sì, basta lasciare un segno. E se per caso uno di voi avesse frugato tra i ricordi di viaggio di Marika, davanti gli sarebbero apparse le pagine di un diario dove si alternano foto, appunti scritti, sperimentazioni e… vento. Tanto vento. Vortici, brezze, scirocco, libeccio. Tanti nomi per descrivere un compagno di viaggio fedele e indomabile insieme. Perché lungo il tragitto di Marika c’è sempre stata una costante, precisa come i punti cardinali. Il soffio del vento. Caldo torrido oppure glaciale, come al confine con Polo Nord o in Russia. Proprio della Siberia mi ha raccontato un giorno:“Ricordo una sera, ero un po’ giù, perché giravo a meno quaranta per le strade di una città dal nome impronunciabile. Ho visto un castello lucido, sembrava un miraggio. Poi sono entrata e ho sentito calore. Senza accorgermi, stavo iniziando a riscaldarmi. Una sensazione di contrasto, entrare nel ghiaccio e provare calore, paradossale. Vento e spazi infiniti, dietro ogni angolo del pianeta, meno l’Oceania. “Che poi chissà come sarà questa Australia – diceva – grane, senza molta gente, dicono sia immensa. Chissà.” Gli spazi infiniti l’hanno sempre affascinata e l’hanno accolta. Una sera guidava una macchina scassata negli Stati Uniti, lungo una strada che unisce Chicago all’Ovest: “Un viaggio incredibile, nato per caso, l’idea di una sera. Mi capita così, non ho un viaggio ideale, che inseguo e organizzo per anni. Ma quanto si prende la decisione di andare, studio, traccio il percorso, voglio arrivare preparata alla meta. Ventidue giorni a contatto con una natura ricca di momenti in cui è inevitabile riflettere su se stessi. Soprattutto tra Arizona e Texas, dove ci sono le città fantasma in mezzo al nulla, senza la strada che si interrompe ogni chilometro per uno stop, sei in mezzo ad un cielo dal celeste perfetto, dove ascolti il vento che ti viene incontro.” E dopo l’incontro con se stessa e cento pagine di ricordi a Marika viene in mente che bisogna avere molta creatività nell’assaporare il mondo mentre si cammina ascoltando il vento. Creatività, adattamento, lasciate i pregiudizi lontani, ogni chilometro in più, un compromesso in meno. E fantasia. O incoscienza. La stessa che probabilmente è necessaria per un viaggio in Africa, fuori dalle destinazioni. “ricordo un mese in Somalia, mamma che mondo. Una missione umanitaria, e io che mi sono chiesta molte volte cosa ci facevo lì in mezzo. Povertà, estrema, ma anche estrema dignità. Fuori, nella notte della savana, fuori stagione e dai percorsi battuti, un ambiente selvaggio e io che mi sono vista riflessa negli occhi affamati e deboli e mi sono sentita una delle tante persone fortunate, ma ho sentito quel dolore profondo, dove però la speranza non muore.” Ascoltare il vento e accordare il proprio respiro. In solitudine. Marika vede le possibilità di viaggio come scintille, le fa sue e poi le va a vivere. “Al ritorno il problema è l’impatto con la quotidianità dove si sta comodi.” La prossima scintilla potrebbe portarla in Canadà, la Norvegia e verso il nord est del Brasile. “Ci sono stata due volte, ma non conosco quella zona. Il Brasile è molto complesso, in enorme espansione per alcuni aspetti, ma molto povero per altri. Però, le persone sono gioviali, che ti accolgono con quello che hanno, senza apparenze forzate. Ovunque.” E nella ricerca di Itaca (che forse non è in nessun luogo reale, se non dentro se stessi) se qualcuno di voi potesse sfogliare le pagine del diario di viaggio di Marika, nel fruscio dei fogli, forse sentirebbe quella canzone che dice:“Questa è la tua ora parti viaggiatore, che ancora molto per te deve accadere”. Ovunque.





