L'emozione del viaggio

CONCORSO SCRITTORI IN ERBA

Messo a terra

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Il ventesimo tir della mattinata mi sfreccia accanto, smorzando la fresca brezza autunnale, mia immancabile compagna di viaggio. Passo dopo passo, lungo questa strada trafficata, cerco di mantenere intatto il mio stupore verso questa quotidianità di cui mio padre mi parlava sempre. Quei suoi racconti infantili ed adolescenziali, che lo vedevano protagonista di lunghe, quotidiane camminate, spinto non dalla voglia di fare un break o di riavvicinarsi alla natura, bensì dalla necessità di garantirsi un’istruzione, coltivare una passione o passare del tempo con gli amici, in un paesino sperduto di qualche centinaia di persone, nel mezzo della pianura padana.  

A pochi mesi dalla sua scomparsa, mi mancano come non mai.

In suo ricordo, ho scelto di ripercorrere le sue strade, riscoprire i suoi percorsi, rendere mie delle sensazioni innaturali per una persona moderna. Così ho intrapreso questo viaggio, a piedi, dalla casa della mia famiglia al paesino vicino, dove un tempo si trovava l’unica scuola elementare e media della zona, incamminandomi lungo strade ora trafficate e sentieri improbabili, utili solamente per accorciare il tragitto. Un tempo non avrei avuto il problema del traffico, sicuramente, o delle macchine a pochi centimetri, o dello smog, ma dubito che il percorrerle con i sandali, le maniche ed i pantaloncini corti in ogni stagione rendesse comode delle vie sterrate, seppur libere da mezzi.

Mentre il ventitreesimo camion mi abbaglia, penso a quanto ironico sia tutto ciò. Tutti i viaggi che ho fatto, nella mia breve vita, sono sempre stati all’insegna dello svago, delle pause dalla banalità, dalla monotonia: un semplice mezzo per rilassarmi e ricaricarmi. Invece questo è l’opposto. E’ un percorso impegnativo, faticoso, anche se non capisco se lo è più dal punto di vista fisico o mentale. Ogni passo che compio, ogni metro che macino, indolenzisce i miei rattrappiti muscoli sedentari da colletto bianco e mi carica di un senso di nostalgia e malinconia. E’ come trascorrere una mattinata con il ricordo di una persona cara, nel mio caso un padre, e sentire il suo infallibile giudizio pesare sulle spalle, colpevoli di non aver vissuto la naturalezza di questi percorsi. Questo viaggio è ciò da cui fuggivo da tempo, un ultimo postumo confronto con un uomo troppo forte da poter affrontare di persona, anche se malato e alla fine del suo cammino. Non faccio più nulla per evitarlo. Senza cuffie, lettori digitali, radioline o ammennicoli vari, il mio passatempo è quello di contare gli autoarticolati che passano e farmi strane idee sui loro nomignoli, anche se qualcuno dovrebbe spiegarmi il perché la metà di essi ha un soprannome femminile e perché solamente questi mi danno un colpo d’abbaglianti, alle otto di mattina. Mi accompagno solamente per qualche centinaio di metri con un signore in bicicletta, ricurvo e silenzioso, che svoltando a sinistra con estrema fatica per una traversina in discesa mi lascia a rimuginare sulla comodità di un catorcio del genere.

Mancherà mezzo chilometro alla scuola, quello che ne resta, soppiantata da un condominio a tre piani, con le tapparelle così scolorite che mi fanno dubitare dell’abitabilità degli alloggi. Ho avuto modo di guardare da vicino cartelli, fossi, cancelli arrugginiti, che passando in macchina neanche credo di aver mai adocchiato, abituato alla velocità e alla frenesia, al concetto del viaggio come il movimento per andare da un luogo ad un altro, dimenticando l’importanza del tragitto. Ed ho capito che stavolta non entravo in contatto con una cultura straniera, intesa come quella di un paese non conosciuto o di una persona lontana, ma mi avvicinavo a una persona che faceva parte della mia vita in modo consistente da sempre. Ho dovuto perderlo e avvicinarmi alle sue abitudini di quarant’anni fa per riuscire a comprenderlo più di quanto abbia mai fatto in tutta la mia esistenza. Un viaggio terra terra per imparare i valori dei miei genitori.

E mentre giungo alla fine del percorso, il trentesimo camion accosta e mi chiede indicazioni per il distributore più vicino, ringraziandomi sentitamente per il consiglio. Salutandolo, noto che questo autista mostra con orgoglio sul proprio cruscotto il proprio nome, a me tanto famigliare, essendo quello di mio padre. Faccio un grande respiro, mi volto e sorrido, sicuro che il viaggio di ritorno sarà poco più di una serena scampagnata.