L'emozione del viaggio

CONCORSO SCRITTORI IN ERBA

Notte Africana

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Il vento notturno sferzava il fuoco, e le sagome dei lunghi ceppi inceneriti, parevano sentinelle addormentate.

Io e Kate eravamo ancora svegli, sotto la zanzariera, con il telo della tenda in parte aperto per osservare l’oscurità esterna.

Era piacevole starsene sotto il tepore delle coperte, ben consapevoli che il vento era freddo e proveniva dalle montagne.

Ascoltavamo le iene. Era divertente ascoltarle mentre giravano per il campo, attorno al fuoco. Erano affamate e si muovevano rapide e nervose.

“Hai sentito?” mi chiese Kate.

“Che cosa?”

“Tienimi stretta e ascolta.”

Negli intervalli, piuttosto regolari, nei quali il vento si placava, un silenzio profondo avvolgeva l’Africa. Era il silenzio prima dell’arrivo di un leopardo, o di un leone.

Un ruggito pieno di orgoglio, arrivò nella notte con l’intensità e il fragore che solo un violento temporale può avere. Kate si strinse a me, e sentii il suo corpo tiepido, profumato come l’erba alta delle praterie nei giorni di primavera. Ascoltammo il leone, mentre parlava alla sua terra, ed era meraviglioso sentire i suoi ruggiti. Con l’indice seguii il profilo del naso di Kate, le disegnai le labbra ed il mento, la nuca e le orecchie. Era bella ed eravamo maledettamente fortunati a vivere in quel modo. Il cuore di Kate batteva forte contro il mio petto.

“Domattina cercheremo le impronte e vedremo se è stato quel leone a scendere le colline.” sussurrai nell’oscurità.

Un leone adulto infatti, stava attaccando e uccidendo da alcune settimane, il bestiame di un piccolo villaggio masai che si trovava nelle vicinanze. Le sue impronte erano inconfondibili, per le dimensioni enormi delle zampe.

Il mattino seguente, prima dell’alba, con la jeep risalimmo le verdi colline, fino a trovare le impronte sul terreno.

Restava ormai ben poco di una zebra uccisa la notte prima. Uno stormo di avvoltoi volava nel cielo, in attesa che il pasto fosse abbandonato.

Due leonesse, stavano all’ombra di un grande albero, poco lontano dalla carcassa e avevano entrambe la bocca scurita dal sangue, che dava loro un aspetto ironicamente femminile e allo stesso tempo drammaticamente selvaggio. Parlavamo molto in Africa, ma quando iniziava la caccia, non si pronunciavano parole. Il caldo in quei momenti, rendeva la lingua talmente asciutta, da diventare tutt’uno con il palato. Con un cenno della testa, Kate mi indicò un punto lontano, oltre la collina, vicino alla grande palude.

Vidi il leone con la criniera scura illuminata dal sole ed il corpo massiccio di colore grigio oro. I suoi occhi erano fermi e decisi, e non ammettevano menzogne.

Se ne stava disteso tra l’erba alta, vicino al tronco spezzato di un grande albero, e sembrava stesse assaporando la quiete e la vastità del suo regno. Il sole stava per stagliarsi alto, sopra le colline, e oltre le montagne. Lasciai Kate nella jeep, scesi e mi avvicinai, spostando con la mano libera alcuni arbusti che mi impedivano di vedere il leone.

Nell’altra mano tenevo il fucile. “Poli poli.” pensai.

Il vento era favorevole e non avrebbe sentito il mio odore in anticipo. Arrivai ad una distanza tale, che permise al leone di accorgersi della mia presenza, tanto che i suoi occhi si voltarono e rimasero fermi ad osservarmi. Attorno a noi, il silenzio dell’alba africana. Imbracciai il fucile e sparai un colpo secco. Il proiettile colpì il leone sul fianco, nell’attimo in cui stava per muoversi. E’ incredibile come riescano a correre così velocemente, all’altezza dell’erba, per raggiungere le prede ed atterrarle in un istante.

Il leone ferito, cambiò improvvisamente direzione, e prese la via che conduceva alla foresta, ma ora con il sole appariva meno scura e fitta.

Corsi verso il leone, con il fucile davanti, madido di sudore,  e quando si trovò nella radura spoglia che rappresentava una sorta di ingresso alla foresta, presi la mira, mirando sopra la sua testa e leggermente a lato. Sparai un secondo colpo. Un nuovo risasi colpì il leone tra la spalla ed il collo, facendolo atterrare sulle zampe anteriori, con un tonfo sordo e pesante, che non alzò polvere dal terriccio. Raggiunsi il leone e lo trovai con gli occhi non ancora vitrei, la testa piegata di lato e lo sguardo rivolto verso la foresta, in un ultimo atto di legame al suo territorio. Sparai un altro colpo, da circa un metro, per mettere fine alle sue sofferenze. Come diceva Kate, stavo diventando mzee per rincorrere un animale ferito.

Kwisha” sussurrai al leone, mentre gli infilai una mano nella criniera scura, chiedendo perdono per averlo ucciso.

Quanto tornammo al campo, attorno al grande fuoco, fu organizzato un importante ngoma. I masai danzavano al ritmo di tamburi improvvisati, fatti con pelle di tembo, e cantavano tutti la canzone del leone. Erano molto belli, con le loro teste rasate, la pelle dura e soda, le lunghe lance a disegnare l’aria.

Il corpo del leone, era disteso a terra e la luce delle fiamme illuminava il suo manto, facendolo apparire come una divinità, intenta ad assistere al tributo del suo popolo.

Me ne stavo in disparte, a bere una tazza di pombe e mangiare del samaki.

Ripensai al motivo che ci aveva portati in Africa.

Il desiderio morboso di quegli spazi sconfinati che abbracciano l’anima di chi li osserva.

Un viaggio che avevamo più volte sognato, e che ora era diventato parte della nostra vita.

Quella notte, non avrei sentito il ruggito del leone, ma solo il respiro di Kate nella silenziosa notte africana.

 

poli poli : lentamente

risasi : proiettile

mzee : vecchio

kwisha : è finita

ngoma : ballo

tembo : elefante

pombe : birra artigianale

samaki : pesce