L'emozione del viaggio

CONCORSO SCRITTORI IN ERBA

Riabbracciando Claire

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A quel signore in attesa del viaggio senza ritorno. E’ stato bello ascoltarti e cogliere l’emozione nei tuoi occhi. Vada come vada.

La vecchiaia è un’isola circondata dalla morte. JUAN MONTALVO 

Erano da poco passate le undici quando sentì suonare il campanello di casa. Una sola volta, sufficiente a ricordargli che anche lui ne possedeva uno.  L’anziano signore sobbalzò dalla poltrona facendo cadere a terra il giornale che teneva appoggiato alle gambe.  <<Arrivo>>, urlò con voce rauca in direzione dell’ingresso. Si alzò stiracchiandosi la schiena con l’aiuto delle mani e prese la via della porta principale. “Il postino?” pensò. No, i portalettere non usavano suonare in quella zona dispersa dell’Australia. Qualche vecchio amico del Berry’s pub? Charles si era trasferito in Arizona con i figli, Carlos era deceduto poco prima dell’età pensionabile e Harry… meglio non ricordarlo. Il cigolio della porta fece da colonna sonora al paesaggio che era solito ammirare dal suo salotto quando il termometro superava di gran lunga i trenta gradi. <<Salve, lei è il signor Andrew Reyes?>> esclamò una voce all’apparenza stanca. << Si, certo… sono io>>.  << C’è una lettera per lei, dovrebbe trattarsi di un invito o qualcosa di simile. A me interessa soltanto la sua firma in questo spazio.>> Il giovane ragazzo, immobile nel gradino più alto, porse penna e foglio all’anziano signore, il quale si assicurò non si trattasse di qualche truffa. Si leggeva  una lunga lista di nominativi, alcune persone avevano già apportato la loro firma. <<D’accordo, mi appoggio sul tavolo>>  disse Andrew indicando con un dito la cucina poco prima di  restituire la penna allo pseudo rapper. <<La ringrazio, ecco a lei la sua lettera, buona giornata>> concluse il corriere con un’espressione di chi ha tutta una giornata lavorativa davanti.  Il colore della busta gli ricordò per un attimo l’ospedale di Sidney, non un preciso particolare, ma il periodo compreso tra marzo e giugno, fatto di esami oncologici e consulti con medici specializzati.  << Uhm, dall’Italia …>>  si lasciò sfuggire sorpreso. << Saranno i soldi della pensione>> gridò con un sorriso il giovane dirigendosi a passo spedito verso il furgone. Andrew rientrò e chiuse la porta a chiave. Rimase qualche secondo in piedi a fissare la busta giallastra; un francobollo raffigurava l’immagine del Colosseo. Fu in quel breve, eterno attimo che sembrò intuire. Prese a camminare avanti e indietro per la stanza, le rugose mani cominciarono a tremare, il cuore accelerò il suo battito fino a costringerlo a sedersi sulla sua poltrona. Una lettera di sua figlia, la prima. La strinse forte al petto con lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi lucidi. Quando l’aprì, un brivido gli percosse la schiena. <<Claire>> fu la sola parola che gli uscì dalle labbra dopo qualche minuto, asciugandosi gli occhi con il palmo della mano, prima di bagnare il messaggio con le lacrime. Si alzò in direzione del telefono, ma si fermò non appena incontrò gli occhi di sua figlia in una foto scattata dieci anni prima in un parco della periferia di Sidney. Rivolse lo sguardo verso il cielo, fissando dalla finestra  una scia biancastra creata dal passaggio di un aereo. Il mattino seguente prenotò un volo per Venezia.

 Per l’occasione decise di indossare un abito firmato, comperato durante un soggiorno a New York. Aveva viaggiato diverse volte nel corso della sua vita; Indonesia, Giappone, Spagna. Più di quarant’anni trascorsi a scarabocchiare assicurazioni, a promuovere nuove forme di contratto in vari angoli del mondo. Andrew trascorreva le giornate a ricordare quel tempo con il naso all’insù, o seduto comodamente sulla sua poltrona nei pomeriggi di maggiore calura estiva ammirando il passaggio di quei potenti oggetti metallici. Fino a venerdì non avrebbe scommesso nemmeno un dollaro sulla possibilità di potersi sedere ancora una volta su un aereo di linea; la speranza di riabbracciare sua figlia e  di ricucire il loro rapporto si era spenta quasi sul nascere. I giorni procedevano come un copia-incolla con non pochi rimpianti, barricato in casa in compagnia di Chester, il suo gatto.

Quando aprì gli occhi, mancavano due ore all’atterraggio. Le luci del corridoio creavano un’atmosfera di compostezza, all’interno dell’abitacolo regnava il silenzio. Ai suoi occhi, il mondo visto dall’alto appariva come un complesso flipper in cui gli uomini sono guidati da paure e incertezze. L’Italia, sua figlia, una lunga storia. Scorse il riflesso del suo volto sul finestrino. Era invecchiato, troppo tempo era trascorso dall’ultimo incontro con Claire. Lo avrebbe riconosciuto al suo arrivo? Cercò di distendere le gambe, respirò profondamente. Ora la stanchezza cominciava a farsi sentire. La signora alla sua destra chiese un bicchiere d’acqua ad un’hostess. Non aveva notizie di sua figlia da diverso tempo, ma ora, inaspettatamente, quella macchia, quel vuoto  impresso nell’anima stava per essere colmato. Più di venti ore di viaggio per tornare a sorridere, a vivere. Poco dopo, l’aereo cominciò a perdere quota. Andrew sollevò la manica della giacca con la mano sinistra. Era in perfetto orario, l’Italia era sotto i suoi piedi.

Pioveva quel pomeriggio a Venezia. Andrew riconobbe da lontano il famoso campanile di piazza S. Marco e fu sorpreso dal numero di turisti presenti nel capoluogo veneto nonostante le condizioni del meteo. Si trattava della sua prima volta nel Belpaese e, munito di un dizionario tascabile inglese – italiano, a fatica si destreggiò tra decine di passanti e viaggiatori; alcuni di loro parlavano un perfetto inglese. Si tranquillizzò e attese nei pressi della stazione l’arrivo del pullman che lo avrebbe condotto a casa di sua figlia. Stanco ed emozionato, si sedette su di un seggiolino azzurro al fianco  di un signore sulla sessantina vestito con giacca grigia e basco viola. Andrew notò come nessuno in quella zona avrebbe mai indossato salopette e cappello di paglia. Riabbracciare la figlia dopo tanto tempo significava riscoprire emozioni nascoste in fondo al cuore, ricominciare daccapo, sentirsi meno solo e abbandonato. La pioggia ora picchiava violentemente contro gli autobus in sosta. Dovette attendere più di mezz’ora, prima di obliterare il biglietto per Asiago.

 

  Un senso di eccitazione misto ad un crescendo di ansia, s’impossessò del suo corpo al momento della partenza. Guardò l’orologio, le diciassette e trentaquattro. Il ritmo tamburellante emesso dal viaggiare  ancora lento ed incontrastato dell’autobus, per un breve istante gli ipnotizzò la mente. Ciò che vedeva non erano altro che decine di gocce di pioggia che scendevano dal finestrino per poi unificarsi in percorsi sempre più complessi. Appoggiò la testa nel sedile e chiuse gli occhi; si lasciò trascinare dai ricordi, dagli sbagli. Riaprì  gli occhi e la donna dalla chioma bionda seduta due sedili più avanti aveva smesso di litigare con i bagagli, il signore al suo fianco attendeva l’arrivo del controllore con il biglietto in mano. Si chiese se altre persone sedute su quel pullman stavano compiendo un viaggio di speranza, di amore. Sopraffatto dalle emozioni, cercò di allontanare in parte i ricordi per concentrarsi sul paesaggio: montagna, torrenti, case sparse qua e la a comporre un puzzle talvolta triste ma ricco di fascino, di speranza. Pioveva, sempre più intense le raffiche di vento che piegavano gli alberi nella direzione opposta alla marcia dell’autobus. Ora le montagne erano diventate un ammasso di oscurità, la strada in salita poco più larga di un marciapiede e la temperatura si era abbassata di qualche grado. Cercò un fazzoletto di stoffa nella tasca interna della giacca ma si ritrovò in mano la lettera che lo aveva indotto a compiere quel viaggio. La tentazione di rileggere quelle righe gli riempì il cuore.

Ciao Andrew,

poche righe non possono cancellare sette anni di silenzio, ma troppo è il dolore che ho accumulato in questo lungo periodo. Questa è la decima lettera che ti scrivo, la prima che ti invio.

Mi sto per sposare, tra sei giorni finalmente sarò ancora più  felice a fianco di una famiglia splendida.

 Sei stato tu ad insegnarmi che la vita molte volte ti ridà ciò che ti ha tolto in passato, spero di percepire la tua presenza quel giorno.

Da lassù anche mamma sarebbe felice.

Regalami l’emozione di accompagnarmi all’altare con un sorriso, magari seduto sulla tua poltrona… perdonami.

Non ti chiedo altro,

Ti voglio bene papà.

Contattami quando ricevi questa lettera,

Claire

 Aveva trentacinque anni l’ultima volta che vide la neve. Era il mese di agosto, Claire non aveva ancora compiuto sei anni  quando partirono con la sua Datsun verde per un week-end a Snowy Mountains. Fu uno dei momenti in cui la famiglia Reyes si sentì veramente unita. Durante il viaggio, Claire cantava a squarciagola delle canzoni di natale apprese durante i primi mesi di scuola, Andrew si tappava le orecchie tra le risate della moglie. Amava ricordare quell’episodio, lo faceva ancora sorridere nonostante il tempo trascorso. Quando l’autobus arrestò la sua corsa in uno stridio di freni, il vento gelido di una serata invernale  gli diede il benvenuto nella cittadina veneta. Il termometro appeso alla parete della stazione indicava tre gradi sotto lo zero. La notte era oramai calata, le strade coperte da un sottile strato di neve testimoniavano il transito di auto e pedoni, ma nel raggio di pochi metri regnava il silenzio più assoluto. Doveva telefonarle, il freddo  cominciava a rallentare il movimento delle sue mani, le dita dei piedi ghiacciate. Una voce alle sue spalle ruppe il silenzio. Due ragazzi incappucciati fino agli occhi scesero da un’auto in sosta per entrare in un bar. Era solo, ma lo incoraggiava sapere che sua figlia era li, a pochi chilometri, a pochi metri forse. Stanco ed affamato, il suo fisico esile era sempre più  in balia della morsa del freddo. Estrasse il telefono da una tasca esterna del suo unico bagaglio e compose il numero con l’indice destro. Pochi secondi, un lungo squillo. Nessuna risposta. Ansimò all’idea di sentire la voce di Claire. Un secondo squillo, interminabile. La voce di un bambino. <<Pronto?>> [una lunga pausa]. Andrew scoppiò in lacrime. Stava per riattaccare quando una donna dall’altra parte del telefono prese in mano la cornetta. <<Si?>>. Andrew Reyes s’inginocchiò a terra, la mano sinistra formò un’impronta sulla neve. <<Sono papà, sono venuto ad accompagnarti all’altare>>.

Due giorni dopo le campane suonarono a festa. Elliott, il figlio maggiore di Claire, parlava un perfetto inglese e in attesa dell’inizio  della cerimonia ascoltava in silenzio le disavventure del nonno con i canguri. Andrew sorrideva, talvolta l’emozione lasciava spazio alle lacrime. Sua figlia era cambiata, si era adattata in pieno allo stile di vita europeo ed ora si apprestava a compiere un grande passo. La chiesa di San Rocco era ornata di fiori colorati e fiocchi bianchi. Molti degli invitati s’intrattenevano a parlare con lui; gli chiedevano della sua vita in Australia, di quanto diverso fosse l’Altopiano di Asiago, delle sue abitudini. Stava per avvicinarsi a sua figlia quando una mano gli afferrò un braccio. Guido, il futuro marito di Claire gli porse un bicchiere di vino. <<Allora Andrew, come ti sembra la vita in Italia?>> Andrew sollevò lo sguardo verso l’alto. <<Non ho mai visto un cielo così azzurro>>.