L'emozione del viaggio

CONCORSO SCRITTORI IN ERBA

Un solo viaggio

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La lunga sera, e la via del ritorno – parte uno.

Era già da un po’ di tempo che era seduto ad osservare la sera scura, che gli danzava lenta attorno. Dalla sua finestra gettava mille sguardi sulla città, lontana, immobile; ne ascoltava il muto respiro, tentando di fermare i fragili pensieri che essa gli ispirava. Non c’era nulla, nella sera caliginosa e cupa, che anche solo si azzardasse a muoversi, a mostrare un segno di vita, oltre al rapido guizzo di una luce d’auto nel buio, o le insegne dei negozi che si spegnevano piano, o ancora le tremule luci dei lampioni che illuminavano debolmente le strade di quella silenziosa metropoli. Ma, nonostante questo, ed era la cosa per lui più sorprendente, che non gli faceva staccare gli occhi da lì, era che tutto, tutto quanto, sembrava acquistare col tempo una sua particolare energia, in quella serata spenta – ormai solo memore della luce del giorno. Il mondo intero stava iniziando di colpo a ruotargli tutto attorno. Tutto, tutto quanto il mondo! Il suo primo pensiero, attimo dopo attimo, nella sua mente – e ora nei suoi ricordi, in quelli di un’intera esistenza – era stato la voglia di conoscere, di capire questo mondo, l’intera realtà che lo circondava. Sempre come attonita, essa sembrava volersi quasi nascondere, e non farsi riconoscere ai suoi occhi, a voler dare solo un’immagine confusa di sé stessa. Lui, dal canto suo, stava continuamente pensando – e ripensando – a tutto quello che aveva visto, e che ancora avrebbe avuto l’occasione di vedere, dipinto sull’immensa tonda superficie di questo nostro mondo lontano! Per questo la sua vita era stata continuamente,  e indiscutibilmente, interrotta e frammentata, divisa. La sua voglia di capire era sempre stata superiore a qualsiasi altra cosa, per questo aveva, da sempre, viaggiato, ovunque avesse avuto l’occasione di andare. Così tutto il suo vivere era stato un susseguirsi continuo di viaggi, di scelte; vagare, scoprire cosa si cela là dove l’occhio umano si posa più di rado. Voleva seguire gli infiniti percorsi della vita, i sentieri imprevisti che passano inosservati agli occhi di molti, colmare il vuoto dell’attimo con decisioni improvvise; ma stava iniziando a sentire il bisogno di fermarsi, di riflettere, di aspettare. Se questa nostra vita è solo un unico, grande viaggio – pensava – tutto quello che ho fatto fin d’ora non è stato altro che affrontare mille diverse tappe, senza arrivare mai, in nessun luogo, ovunque esso fosse. Cosa devo fare, ora, che non so più dove andare, cosa fare, a chi rivolgermi?

Cosa posso fare del resto della mia vita?

La sua, di vita, sarebbe stata ancora molto lunga. Aveva – più o meno – passato da poco i trentacinque anni, e molto, ancora molto, era per lui in là da venire. Tuttavia, navigava in un oceano fatto solo d’incertezze e delusioni. Cosa posso fare del resto della mia vita? In quella solitaria serata, di una primavera ancora immatura e fredda, si era accostato ad una delle finestre del suo appartamento, uno di quegli appartamenti che si vedono accostati l’uno sull’altro fino alla cima di quei grossi palazzi di cemento delle città. Durante l’estate precedente, gli era spesso capitato di appoggiare la mano sul vetro opaco, e di osservare dall’alto del suo quinto piano la vita che fremeva ai piedi del suo palazzo, osservare il muoversi distante della gente, i suoi passi, i suoi percorsi, e chissà quanti altri viaggi, che si snodavano e si intrecciavano gli uni con gli altri, e si scioglievano poi, giusto sul limitare della via, quando ognuno svoltava l’angolo, e proseguiva il suo cammino. Lui guardava tutto ciò, senza che un solo pensiero scalfisse la tregua che in quell’attimo aveva posto con il mondo; ma anche quella breve pace doveva pur finire. Anche lui doveva, ora, trovare di nuovo la forza di muoversi, di andarsene da lì; di ritornare nel luogo che lui molti anni prima aveva lasciato, senza neppure chiedersi se, prima o poi, sarebbe ritornato. Molte ore avrebbe ancora consumato in quell’attesa; ore perse nell’organizzare quel ritorno, tanto atteso, e quanto mai programmato. Adesso, ai piedi di quel palazzo, c’era soltanto lui, che non aspettava altro che l’arrivo di un taxi, per potersene finalmente andare, assieme a quelle poche cose che potevano seriamente tornargli utili, o a cui era veramente legato. Si sarebbe diretto all’aeroporto e, da lì, avrebbe preso il primo volo disponibile per tornare a casa. Poi altri, e altri viaggi, lo avrebbero realmente portato più vicino al suo obiettivo… un giorno intero di viaggio, per giungere fino sulla via del ritorno.

Il racconto – parte due.

Ed era ormai mattina, quando giunse, finalmente, alla stazione. I treni, molti dei quali ancora fermi sul binario, erano accostati gli uni accanto agli altri, e lentamente, i passeggeri stavano salendo sulle carrozze; grigi fumi si alzavano dai convogli, nell’aria fresca del giorno appena iniziato. Lui, ora, non aveva più bisogno di aspettare nulla; acquistato rapidamente il biglietto, si era diretto verso il suo treno, ormai prossimo alla partenza. Durante tutto quel suo particolare viaggio si era dedicato ad un esperimento piuttosto complesso… aveva tentato di mettere, nero su bianco, sui fogli grigi che si era portato con sé, tutta l’esperienza del suo viaggiare. Aveva potuto vedere il mondo sempre con occhi diversi, gli occhi di realtà lontane, diverse, di luoghi e genti straniere, di lingue mai sentite, di decine di volti di molte, moltissime persone che non lo conoscevano. Aveva riempito molti, e molti fogli con quel lunghissimo racconto, che ancora non aveva conosciuto fine. Il treno si era messo in moto, e già si stava lasciando alle spalle la vecchia stazione ferroviaria, con le sue luci, e con tutte le sue voci. Lui, adesso, poteva sentire solo il rumore sordo della corsa del treno sui binari… era, era veramente convinto di aver ormai portato a termine l’ennesima impresa…

Si era così sistemato in uno degli scompartimenti liberi del treno. Rimirava il paesaggio che, all’esterno della carrozza, gli sfrecciava davanti, senza fermarsi un solo istante.

Attimi di viaggio, prima dell’arrivo – parte tre.

Nel frattempo, si era lievemente assopito. La stanchezza del viaggio aveva, lì per lì, preso il sopravvento. Le palpebre erano abbassate a metà e, a metà, sfocato, guardava tutto quello che lo circondava. C’erano gli altri passeggeri, i bagagli, e l’aria soffocante dello scompartimento riscaldato. Fuori, all’esterno del sottile vetro del finestrino, solo le molte ombre di una giornata ricca di pioggia. Il paesaggio correva di fronte ai suoi occhi, come inseguendo la corsa del treno; in quell’attimo, tutto quello che era fuori gli era così estraneo, ancora troppo veloce per poter essere compreso, e ricordato. Decise di spostare leggermente la sua attenzione, poco, poco più in là, giusto di fronte a sé. Gli altri passeggeri erano occupati nelle più diverse attività, chi leggeva un libro, chi chiacchierava con un compagno di viaggio, chi (ed era piuttosto raro) era invece intento ad ascoltare; ma, come lui, non c’era nessun altro che in quel momento si mettesse ad osservare il fluire della vita attorno, delle diverse lingue, o culture, o identità, che vedeva in quella piccola parte di umanità che viaggiava con lui, e con cui avrebbe, probabilmente, condiviso solo quegli attimi di viaggio. Tuttavia anche lui, molte altre volte, in molti altri viaggi, ed esplorazioni, si era spesso scordato di fermarsi a riflettere, di stare solo a guardare, senza fare nulla. Ma – questo lo sapeva bene – non si era mai permesso di non capire, o di rifiutarsi di comprendere. In quel momento, mentre tutto vagava attorno a lui, nello scompartimento, sospeso nel tepore di quella giornata calda, non si accorgeva che, mentre scivolava nel calore del sonno, scivolavano dalle sue mani, cadendo a terra, anche i fogli di quel suo straordinario racconto…

La storia – parte quattro.

Lui era arrivato, ormai. Era sceso dal treno, fermo alla stazione della sua città, ed era corso verso casa; anzi, a dire il vero, era corso verso l’auto che, poi, l’avrebbe portato fino alla sua casa. Posso dire però che aveva corso molto, in effetti, in passato, sempre impegnato ad inseguire qualcuno, o qualcosa, sempre più lontano, sempre distante. Ma ora, era tornato, perché non aveva più bisogno di cercare; era ritornato a casa, dalla famiglia, dagli amici, dagli affetti più cari. Ed era, adesso, felice, nel pensare di aver trovato quello che, nel profondo, stava cercando…

Cosa successe, invece, al suo racconto, alla sua storia?

Quei fogli, persi nel momento del sonno ristoratore, era stati ritrovati, ripresi; e ora, letti, e poi raccontati, da persone sempre diverse, sempre più lontane, nello spazio, forse anche nel tempo. Quella storia, la storia di un viaggiatore, era la storia di molti, forse di tutti; e molti, anche se appartenenti alle più diverse culture, alle più diverse nazioni, e genti, dalle più diverse lingue, si trovavano così uniti, nel significato di quell’unico, solo viaggio.